XXI secolo

Le assurdita' piu' interessanti di questo importante periodo storico - un posto come un altro per pontificare o divagare indisturbato
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By rdo il Sab 30 Jan, 2010 15:33 CET

Dov'e' la verita'?

Un amico, che qui ringrazio pubblicamente, mi ha recentemente segnalato un interessante articolo online, scritto da Gianni Riotta sul sito del "Sole-24 Ore". Trattando della rete Internet, non poteva non interessarmi.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2010/01/web-il_futuro_della_rete.shtml?uuid=8df245d6-fd7b-11de-8c90-4a248985d8b2&DocRulesView=Libero
Per parlarne, tuttavia, necessita qualche passo indietro e spiegare per benino, prima di tutto, perche' questo intervento ha il titolo che ha.

"Dov'e' la verita'" e' il titolo italiano di un vecchio -e bellissimo- episodio di X-Files, dal titolo originale "Jose' Chung's 'from outer space'".
Dal vecchio sito di una compagna di studi appassionata della serie, so che il titolo inglese nasconde una storiella divertente. Lo staff che produceva la serie si divertiva, di tanto in tanto, a fare scherzi telefonici alla propria casa madre, in cui un ipotetico autore di fantascienza chiamato, appunto, Jose' Chung, proponeva con insolente insistenza una propria sceneggiatura per un episodio. Quando un episodio fu realizzato proprio con quel titolo, e il fantomatico Jose' Chung vi apparve come personaggio (ottimamente interpretato) nelle vesti di un autore di fantascienza, lo scopo era proprio quello di costringere a grattarsi in testa chi, in precedenza e nel mondo reale, aveva ripetutamente "filtrato" le richieste del pestifero individuo.
"From outer space" (Dallo Spazio) e' il titolo di un libro per il quale l'autore, nella fiction americana, sta facendo delle ricerche, ma "from outer space" e' anche un modo degli Americani per intendere "dal nulla", cioe' per indicare qualcosa o qualcuno che appare senza preavviso. Per le caratteristiche della lingua inglese, una volta pronunciato a voce, il titolo dell'intero episodio ("Dallo spazio" di Jose' Chung), quindi, si puo' leggere anche come "Jose' Chung capita all'improvviso" ed e' solo il tono di voce di chi parla a far capire se ci sono in ballo delle virgolette.
L'episodio, poi, narra uno dei misteriosi casi capitati in mano ai due agenti dell'FBI, raccontato di volta in volta in modo sempre piu' diverso da soggetti diversi; a volte con discrepanze abnormi nelle testimonianze raccolte dall'autore del libro, presentatosi da Dana Scully per sentire la "sua" versione dei fatti. La recitazione degli attori ha fatto il resto, offrendo un quadro della situazione a volte oscuro, a volte da ridere a crepapelle.
L'ironia della storia mostrata fu tale che, gestendo a casa un numero elevato di computer, per lo piu' vecchiotti, che utilizzo per ricerca (studium) e svago (otium), e dovendo per forza usare dei nomi per distinguerli, in un impeto di umorismo ne battezzai uno proprio Jose' Chung, eccezione ad una regola per la quale non uso quasi mai nomi di persona. Si guasto' definitivamente in poco tempo e mi sta, percio', tornando la voglia di riutilizzare il nome per una delle prossime unita' che mi capiteranno in mano.

Divagazioni a parte, quell'episodio di "X-Files" e' costruito in modo tale da porre in modo intelligente e divertente uno dei problemi piu' importanti della vita, cioe' quello della verita'. Il concetto in se' e' stato sezionato e utilizzato con chirurgica precisione un po' da tutti: filosofi, matematici, scienziati, agenti di polizia, investigatori privati, militari, giornalisti, medici, tecnici, insegnanti, studenti, genitori, giocatori di poker, perfino guardoni, e chi piu' ne ha piu' ne metta. Molte delle categorie sopra indicate devono, quotidianamente, concordare su una massima che Robert S. McNamara, in una delle sue esperienze adattate in forma di documentario, espresse cosi': "Vedere e credere possono entrambi essere in errore".
Perche'?
E' abbastanza facile rispondere. Il "vedere", cioe' la percezione, cioe' l'informazione, di qualunque tipo sia, puo' essere incompleta e, quindi, cio' ammette che possa essere anche fuorviante, quando addirittura non costruita appositamente (inganni e menzogne, insomma).
Il "credere" dipende dall'individuo stesso che cerca una verita' e, per farlo, si appoggia tanto sulle informazioni raccolte, quanto su un modello della realta', basato sull'esperienza, che lo guida nel prendere decisioni, inclusa quella se considerare affidabili o meno certe informazioni. Quanto piu' esse sono "verosimili", cioe' aderenti a quel modello, cioe' alla realta' vissuta e accettata, quanto piu' e' facile vengano accettate anch'esse come attendibili.

Qui tocca divagare di nuovo e tornare a tanti anni fa, cioe' ad una vecchia iniziativa di Radio Radicale, la quale nei primi anni Novanta, in una Prima Repubblica gia' in forte crisi, attivo' un numero telefonico con una segreteria sempre in funzione per raccogliere messaggi dal pubblico. Tali messaggi venivano, successivamente, ritrasmessi per radio. L'esperimento intendeva, nelle piu' sacre convinzioni della democrazia espresse nell'articolo 21 comma 1 e 2 della Costituzione, dare al popolo un potere di comunicazione che non aveva mai avuto e che, fino a quel momento, era prerogativa del Presidente della Repubblica: parlare a tutta la nazione e farlo in grande stile, attraverso un mass-media (la radio, appunto). Il torrenziale e scoraggiante fiotto di volgarita', violenza verbale e mancanza di ragionamento che ne scaturi' fu il risultato piu' efficace, tale da oscurare ogni timido tentativo di un diverso uso di uno strumento tanto prezioso.

Oggi c'e' Internet, dove non e' piu' l'Italia in quanto tale ma il mondo intero ad adottare un analogo comportamento. Ne va di mezzo, naturalmente, tra le altre, anche la verita'. Riotta, prendendo a pretesto l'ipse dixit di un pioniere della ricerca oggi scontento, si interroga sul futuro (o, in maniera disillusa, sul presente). Chi naviga risponde; ed infatti ho letto molti interventi, anche molto intelligenti, in risposta al suo articolo. Questo dovrebbe essere rassicurante: forse c'e' speranza per il mondo, di cui anch'io a volte mi preoccupo. A volte condivido le mie preoccupazioni su questo e altri blog del medesimo sito, perche' questo e' il mio potere, e quindi desidero esercitarlo.

Rilanciando di uno, non riesco a evitare di domandarmi: e' davvero la verita' il problema? Me lo domando semplicemente perche' ho vissuto -e quindi ricordo piuttosto bene- i primi anni della mia vita in un mondo di TV in bianco e nero con una RAI nella quale il dibattito politico era -con buona pace di tutti, perche' tutti lo sapevano- uno squallido gioco di clientele, comunque controllato in ambito governativo: roba da Cortina di Ferro, insomma, ma dall'altra parte. Non che il mercato sia tanto meglio, ma personalmente preferisco ancora una voce in piu', cioe' una dialettica che coinvolga il maggior numero possibile di soggetti. Alla verita' preferisco quindi, per forza, il concetto di opinione, poiche' se bisogna (e spesso tocca proprio) rinunciare ad un concetto religioso di Verita' Assoluta che ha fatto troppo spesso la fortuna di partiti politici, giornali e sindacati, allora per forza di cose finiro' per scoprire che su un argomento c'e' chi dice qualcosa e chi il suo contrario. Sta a me come individuo (si', ce ne sono ancora) scegliere se mettermi il paraocchi e ascoltare soltanto chi la pensa come me oppure no, e quando, e dove, e come. Riotta e' forse preoccupato perche' vorrebbe parlare a tutti e non sempre ci riesce? Abbia pazienza. Anche i miei interventi su queste paginette, a volte di stampo giornalistico poiche' e' questa la qualita' a cui a volte ambisco, hanno una diffusione limitata, perche' non sono famoso, perche' il sito non e' famoso, e cosi' via.

Allora, i problemi veri dove stanno? A costo di riassumere il succo di vari interventi precedenti su questo e sugli altri blog dove scrivo, provo a sintetizzare qui le mie opinioni.

  • L'ESCLUSIVA PERDUTA - I professionisti dell'informazione non ne hanno piu' il monopolio, com'era invece una volta. E cosi' i professionisti della musica, e cosi' i professionisti della letteratura e di un'infinita' di altre materie che, grazie alle tecnologie degli ultimi trent'anni (e, non dimentichiamolo, ad un benessere ben piu' diffuso che in ogni altra epoca), sono diventate dominio del singolo cittadino, purche' dotato di volonta' sufficiente. E' un problema? Per i suddetti professionisti, certamente, vedersi il settore invaso da orde di scalzacani (e da qualcuno anche bravo) non e' piacevole. Si puo' tornare indietro? La mia risposta e': ormai non e' attuabile, inoltre non e' nemmeno desiderabile. Internet esiste, punto. Il solo appunto che le si puo' muovere e' che non sia, specialmente in Italia, diffusa quanto servirebbe. Scrivo questo intervento dopo aver regalato ad un amico, trovatosi in difficolta' per un guasto, il mio vecchio modem 56k. Lui si collega ancora con una tradizionale linea analogica perche' non ha alcuna scelta. Io non piu', ma per quanti anni ho dovuto mordere il freno non ve lo racconto proprio. Rimane il fatto che la censura su Internet esiste, ed ad attuarla sono nazioni che pochi si azzardano a definire democratiche. Speriamo che la democrazia approdi anche da loro, punto e basta: allora avremo realizzato un mondo davvero unito. Da informatico, mi permetto solo di far notare che il mio settore e' nato e cresciuto in una deregulation che fa impallidire quella del settore televisivo, con il risultato di realizzare infrastrutture virtuali nate gia' pericolanti per il desiderio del dettaglio in piu', per urgenze arbitrarie o per semplice volonta' di chi puo' di chiedere troppo (a volte anche gratis). Il sito www.punto-informatico.it raccoglie, tra le altre notizie, anche i ricorrenti sfoghi dei tanti di noi che non ce la fanno piu', e le esperienze rassicuranti dell'estero che, per fortuna, e' ancora un'altra cosa. Come per la ricerca. Come per la cultura. Come, insomma, per quelle discipline che hanno fatto e potrebbero e dovrebbero ancora fare migliore il nostro Paese. Fine della parentesi.
  • L'IGNORANZA DI POCHI - La tecnica risolve tutto, forse. Ma e' una buona idea che lo faccia? Il caso piu' grosso e famoso e', forse, la famosa Posta Elettronica Certificata, autentico orrore con il quale si vorrebbero totalmente rimpiazzare le Raccomandate A.R. dando validita' "materiale" a informazioni di natura differente. Nessuno si e' scomodato a sentire l'opinione dei tecnici: una definizione gentile che ho sentito e' stata quella di "italianata", non e' mia e la condivido. Motivo? Internet nasce dal basso, non dall'alto. Se un protocollo di comunicazione, un software, un hardware, uno strumento qualsiasi e' valido, lo usiamo. Se non lo e' o diventa obsoleto, cade semplicemente in disuso (chi si ricorda piu' UUCP oppure il Gopher?). Soprattutto, noi, gli utenti della rete, non accettiamo facilmente le imposizioni di soggetti centrali, si tratti di imprese, consorzi di imprese, Stati Sovrani o unioni dei medesimi. Se tali soggetti davvero vogliono aver paura, allora e' molto meglio che abbiano paura di noi e basta.
  • LA VIOLENZA DI MOLTI - Questo E' un problema, ma siamo sicuri che il problema della violenza, verbale e non, sia Internet? La risposta e' che si tratta solo di un altro caso di impunita' delle folle (la stessa vista anche al G8 di Genova, assieme agli altri gravi problemi di quell'evento). E' un problema che si trascina da sempre, chiunque abbia letto l'assalto ai forni nei "Promessi sposi" del Manzoni lo sa. Qualcuno confonde questo problema con quello precedente e/o quello prima. No, sono problemi distinti: chi e' in una qualsiasi posizione di autorita' e li presenta come uniti, mente (e in malafede, perche' una certa posizione presuppone una certa intelligenza). Allora, la violenza, come la si risolve? Secondo me un certo tipo di attitudine alla violenza e' una malattia mentale che va curata con sana educazione e abitudine all'impegno (e alla raccolta dei frutti di tale impegno, che e' atto di massima soddisfazione, piu' che fare a pezzi qualcuno a parole o nei fatti). Si puo' fare? Come? Accetto di buon grado suggerimenti.
  • IL BUON GUSTO - Ecco, questo e' opinabile, poiche' non a tutti piacciono le stesse cose. Per esempio: se volessi demolire il mio stesso intervento, questo che sto scrivendo, darei all'autore del demagogo, direi che pontifica (non uso il termine qualunquista perche' ne ho visto fare troppo abuso). In effetti e' assolutamente cosi': sto pontificando, come in qualsiasi editoriale o articolo di costume che si rispetti. E' una questione di forma, non di sostanza. Certo, anche a me piacerebbe smettere di scoprire che Internet e' un "luogo" in cui le scoreggie prendono fuoco (di proposito); esattamente come mi piacerebbe molto vedere "Le Scienze" fare una tiratura piu' alta della "Gazzetta dello Sport". Sono un bacchettone, lo sto diventando? Puo' essere. Il problema e' Internet? Assolutamente no. Volendo fare un'opera (ai miei occhi, ovvio) pia, Gianni Riotta potrebbe difendere molto meglio la qualita' dell'informazione dei professionisti. Ad esempio tuonando, come ho gia' fatto io da questo "buco" della rete, contro la presenza (per giunta quotidiana) di novita' sul Grande Fratello nei telegiornali dei canali Mediaset.

Chiudendo il cerchio, cioe' tornando alla scintilla iniziale che ha dato inizio ad un lungo ragionamento sulla decadenza della rete Internet, faccio presente che non si tratta di un meccanismo misterioso. Siamo soltanto nel mezzo tra le fasi 3 e 4, secondo un modello da me gia' pubblicato in precedenza su questi stessi blog.
(Versione gentile) - (Versione cattiva)
By rdo il Dom 17 Jan, 2010 15:44 CET

Haiti

Basta una sola parola, ormai, per ricordare una nazione distrutta nel corpo e nell'animo. Tra le tante direzioni che l'umana volonta' si prefigge, c'e' o ci dovrebbe essere anche quella di non aggiungere male a male. La conclusione dovrebbe essere logica, specialmente in momenti come questo, tramite i quali la vita e la storia ci ricordano che le catastrofi succedono e, quando arrivano, colpiscono duro.
Pompei, Alessandria d'Egitto, Gibellina, l'Aquila, Chicago, Kobe: non c'e' luogo nel mondo che non abbia conosciuto le proprie tragedie; famose le piu' grandi e generalmente ignorate le minori o piu' lontane nel tempo. Non c'e' luogo che non DEBBA prepararsi al peggio. Chi governa, di solito, se ne rende conto e provvede ad organizzare non solo la prosperita' di una nazione ma anche quella speciale capacita' di rialzarsi dopo una caduta.

Non e' stato cosi' per Haiti, la cui politica travagliata, come pure in molti luoghi distanti, ad esempio in Africa o America del Sud, ha indebolito una nazione anziche' renderla piu' forte e piu' pronta a uscire, se non vincente poiche' non e' quasi mai possibile, almeno con la dignita' intatta, di fronte ai peggiori rovesci della vita.
Non e' tuttora cosi' per Haiti, nella quale un cronista della CNN che ha la fortuna di essere medico neurochirurgo si e' trovato a spogliarsi dai panni del giornalista e rivestire quelli del medico, allo scopo di sostituire squadre di soccorso che, di fronte a una situazione del genere, hanno battuto in ritirata(!). Gli organizzatori dei soccorsi hanno almeno avuto il coraggio di vergognarsi e dichiarare: "ritorneremo". Forse puo' essere l'inizio di qualcosa di meglio; chi qui scrive se lo augura di cuore. Dopotutto, non e' forse stupido evitare di imparare dagli errori del passato?
By rdo il Ven 27 Nov, 2009 18:54 CET

No logo

E' assai datato, il testo di Naomi Klein che ho letto solo di recente. E' un altro di quei libri "col pugno alzato", pronti a essere consumati prima di tutto da chi e' politicamente schierato in un certo modo e perfettamente riconoscibile come tale. Preso in mano senza pregiudizi, e' molto di piu'.
Prima di tutto, e' l'inizio di un fenomeno di costume, di quella presa di coscienza che fa guardare con sospetto ad alcune multinazionali, piu' grosse sono e piu' e' facile insospettirsi, per i loro metodi di lavoro.
In secondo luogo, e' una inchiesta fatta di ricerche ed esperienze raccolte un po' in tutto il mondo. Basterebbe questo soltanto, quindi, a sollevare un comprensibile interesse.
Infine, e' un'analisi spassionata che coinvolge a tutto campo il ruolo dei marchi e della pubblicita' nella vita quotidiana, il ruolo della comunicazione, il ruolo della societa' civile, il modo in cui si e' trasformato il concetto di lavoro nella societa' occidentale contemporanea. Comunque la si pensi, merita di essere letto, nonostante quel fortissimo amaro in bocca che deriva dal venire a sapere, e nei termini piu' crudi, al di la' di ogni immaginazione, che forse lo schiavismo, tanto condannato nella storia degli Stati Uniti, non e' mai finito; ha soltanto cambiato luoghi e volti.
By rdo il Gio 19 Nov, 2009 14:56 CET

Scuola occupata

Niente "kappa" in "occupata" e niente "q" in "scuola", stavolta, perche' a barricarsi in un liceo di Roma sono stati dirigenti e insegnanti dello stesso istituto, per ragioni non politiche ma pressoche' esistenziali. A loro va la massima solidarieta' e comprensione di chi qui scrive. Non e' strano che chi ha faticosamente costruito una posizione, anche poco autorevole o stabile, e resiste nella convinzione di fare qualcosa di giusto anziche' cercarsi carriere piu' soddisfacenti, possa trovarsi esasperato e privo di altre soluzioni di fronte a difficolta' continue.

Continue perche' create da tutti: a cominciare dai governi che si avvicendano nella sistematica demolizione delle riforme di chi li ha preceduti, a favore delle nuove idee del momento, rendendo impossibili cambiamenti desiderabili ma che necessitano generazioni per essere attuati e, quindi, per goderne i frutti. Si prosegue con genitori spesso troppo "politici" nelle loro richieste; qualcuno dice: sempre piu' tali col passare del tempo. Si finisce, naturalmente, con studenti che spesso non hanno nessuna voglia di trovarsi li' (colpa anche di un consumismo che ha deciso in anticipo per loro che cosa e' interessante) e che, nei casi piu' "nobili", sono vittime di un indottrinamento politico della peggior specie (a cambiare e' soltanto il colore con cui vengono di volta in volta "verniciati").

Adesso, quindi, lo dico io: un solo grido, un solo onore! Occupazione! Occupazione!
By rdo il Gio 15 Oct, 2009 17:21 CET

Questione di responsabilita'

Prima o poi doveva succedere, infatti e' successo.
http://punto-informatico.it/2725112/PI/News/cloud-computing-pioggia-scuse.aspx
Una societa' di servizi, a causa di un intervento di manutenzione clamorosamente sbagliato, si e' persa una gran massa di dati appartenenti ai propri utenti.
Non la piu' grossa, non certo Google, non certo chi sta spingendo di piu' (e meglio, sembra) un certo genere di offerta; ma fa riflettere il fatto che viaggiare "leggeri", con dispositivi mobili, con il minimo di dati indispensabile addosso, solo perche' tanto c'e' la rete, forse non e' sempre una buona idea. L'hanno capito quelle aziende che hanno accantonato la possibilita' di servirsi di un gestionale "esterno", mantenuto cioe' da una societa' (un provider di servizi, insomma) con cui si puo' perdere contatto anche per una banale caduta di linea. Forse ora cominciano a capirlo anche i privati, troppo facile bersaglio delle novita', delle offerte e di tutto quanto rende il settore terziario, ultimamente, troppo volatile.
By rdo il Ven 09 Oct, 2009 21:31 CET

Fasi della vita

Da adolescenti ci si sente unici e si vuole essere a tutti i costi come gli altri. Si ascolta la stessa musica, si cercano gli stessi vestiti, si guidano gli stessi ciclomotori, si guarda la stessa televisione, insieme, in branco.

Sui vent'anni circa ci si accorge di essere unici davvero e magari si arriva anche ad accettarlo, a capire che e' una di quelle cose che da' significato alla vita; perche' sai che rottura di scatole se davvero fossimo tutti uguali.

Sui trent'anni si desidera, se non lo si e' gia' fatto prima, fare piani sul futuro. Poco importa che vadano come ci si aspetta, importa esserci, vivere una volta per tutte in prima persona.

Sui quaranta non lo so, tra qualche anno ve lo dico. Dicono che ci si sente in crisi, che si considera finita la giovinezza (lo dicono anche dei trenta, figuriamoci). Finora posso solo pensare di aver guadagnato rispetto al passato, anche se non sono sempre sicuro di cosa ho guadagnato. Magari sui quaranta si arriva a capire anche questo.
By rdo il Lun 21 Sep, 2009 16:31 CET

Culture & culture

Nel momento in cui si vede una signora francese, sposata da anni a un italiano, dire di voler conoscere meglio l'Italia (gia' la conosce molto bene, meglio di molti di noi) e di voler approfondire la nostra letteratura, si vedono sciogliersi in un attimo infinite stupide divisioni tra noi e i nostri cugini d'Oltralpe. Che bello sarebbe, se si trovasse cosi' spesso una simile disponibilita' al dialogo, alla reciproca comprensione.

Proprio in questi stessi giorni si svolgono i funerali dei nostri militari, paracadutisti della compagnia Folgore, trattati in Afghanistan (e, questo fa piu' impressione, da qualcuno anche qui da noi) come forza di invasione, quando e' chiaro al mondo che il compito e' tutt'altro.

Proprio in questi giorni si viene a sapere di una ragazza musulmana assassinata dal padre solo perche' innamorata -ricambiata- di uno di noi, un italiano, un cristiano, un infedele. Il padre ripete che doveva farlo. Tanti altri lo hanno detto prima di lui: gli stessi che hanno combattuto, qui da noi, duelli alla spada o alla pistola (o col coltello), per causa dell'onore. Proprio nessuno desiderava il ritorno di quei tempi.

L'Italia, oggi, e' la terra non solo delle chiese, ma anche delle sinagoghe e delle moschee. Chi non crede nella sottomissione -e si puo' star certi che non sara' possibile costringerci ad essa- ha comunque rispetto di chi vi crede, al netto di quelle inevitabili teste calde che purtroppo sono abbondanti anche da noi. Si spera solo che, anche da parte di chi professa l'Islam o altre fedi, vi sia il coraggio di ammetterlo, che certe persone sono teste calde, e il coraggio di fermarle ogni volta che si puo'.
By rdo il Ven 04 Sep, 2009 19:33 CET

Rampantismo, indietro tutta

http://www.lucabaiguini.com/2009/07/sei-miti-da-sfatare-sulla-creativita.html
Forse si comincia a capire. Magari ci voleva proprio la crisi economica per ridare, una volta per tutte, anche al lavoro una dimensione umana.
By rdo il Gio 13 Aug, 2009 18:43 CET

Tutti aspiranti rapinatori

Dopo che sulla rete Internet si e' sparsa la voce di quel che e' successo a Kaluga, in Russia, dove pare ci sia una parrucchiera molto focosa, adesso vogliono tutti fare il ladro. Chissa' come mai. biggrin
By rdo il Dom 02 Aug, 2009 21:26 CET

Un altro colpo a segno di Giorgio Faletti

Si intitola "Io sono Dio": un titolo, una bestemmia. Il romanzo celebra il ritorno di Faletti alla realta'(?) dopo una parentesi sempre piu' mistica che, nella raccolta "Pochi inutili nascondigli", lo ha avvicinato al piu' oscuro e inquieto Dino Buzzati. Quando lo si apre, sembra quasi una saga del "gia' visto", specialmente perche' chi segue dall'inizio la produzione del Faletti avverte, per forza di cose, nel nuovo romanzo un'atmosfera da "Io uccido", amplificata da elementi alla 11 Settembre che sembrano usciti direttamente dalla testa di Tom Clancy. Niente di piu' sbagliato, invece: questo romanzo ha una propria qualita' ed un proprio valore, sarebbe un insulto e un'ingiustizia sostenere l'opposto.
Nell'invitare a leggerlo, con la certezza che nessuno restera' deluso, e' difficile evitare spoiler, cioe' evitare di rovinare la sorpresa. Pertanto, qui si dira' semplicemente che cio' che sembra un naturale pessimismo delle opere di Faletti e' permeato da concetti tutt'altro che negativi.

Queste le lezioni che, volta per volta, sembra trasmetterci.
  • Noi personifichiamo in Dio il bene e nel Diavolo il male. L'uomo li contiene entrambi, a volte con la stessa smisurata grandezza.
  • L'uomo e' il prodotto dell'uomo. Quello che chiamiamo mostro, a volte, non e' che il risultato delle azioni di altri uomini, concentrato in un uomo solo. Se proprio si vuol puntare un dito, si cerchi almeno la causa, invece di indicare l'effetto.
  • Dalle scelte, a volte, non c'e' redenzione; dalle sventure, spesso, si': basta cercarla.
  • A volte questa redenzione si chiama semplicemente amore.

Tutto il resto e' tecnica, talento e duro lavoro, dei quali puntualmente si ringrazia. Potendo scegliere tra Vito Catozzo e questo continuo, infatti, a preferire il Faletti autore (anche se e' maledettamente difficile non ricordare con un sorriso largo fino alle orecchie Carlino, Suor Daliso o Tamburino). Non c'e' alcun dubbio, poiche' le vendite lo confermano, che siamo in tanti ad avere la stessa preferenza. Rimarranno solo un po' frustrati quegli autori dilettanti, come il sottoscritto, che vorrebbero semplicemente diventare altrettanto bravi. Come ci si riesce, probabilmente, lo spiego' Isaac Asimov, svariati anni fa, in un editoriale apparso in una sua raccolta: pensandoci, pensandoci e continuando a pensarci finche' ti viene voglia di buttarti dalla finestra. Ancora grazie, quindi, per non essercisi buttato per davvero ed aver portato a termine anche questo ottimo lavoro. Aspettando, senza vergogna e con mal celata curiosita', il successivo. biggrin
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