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Il dilemma della guerra
Posted by rdo on Sab 19 Mar, 2011 13:52 CET
Forse bisognera' rassegnarsi al fatto che, al problema della violenza pura, una soluzione razionale e soddisfacente ancora non c'e' e basta. Finora nessuno ha trovato di meglio che combattere il fuoco con il fuoco; chi turandosi il naso, chi fregandosi le mani.

In questi giorni si parla di muovere guerra contro Gheddafi. Non che non ce ne sia la ragione: proprio come nel caso di Saddam Hussein -e tutti sappiamo la fine che ha fatto- Gheddafi e' arrivato a far bombardare il suo stesso popolo, semplicemente per consolidare un potere che manca sempre piu' di consenso. Qualcuno dice che dietro un'azione del genere ci possono essere interessi molto forti ed estranei alla Libia: probabilmente e' anche vero.
  • Al Qaida avrebbe i suoi bravi vantaggi nell'imporre il proprio stile di vita in un punto tanto strategico del Nordafrica. Lo stesso si potrebbe dire di piu' parti del mondo arabo, se non avessero gia' a che fare con il proprio, di dissenso interno. Non essendo una nazione in senso stretto e procedendo praticamente fuori da ogni regola, Al Qaida e' senz'altro la carta matta nello scacchiere; visto e considerato anche quel che e' gia' riuscita a fare agli Stati Uniti, all'Inghilterra e alla Spagna. Per noi occidentali, questo significa semplicemente pericolo, vista l'intolleranza tipica di tale organizzazione. Gheddafi stesso li teme, in quanto il suo potere ha un fondamento militare, piu' laico che religioso nonostante le lezioni di cultura coranica impartite anche nella nostra terra.
  • Motivazioni altrettanto ideologiche di quelle degli estremisti islamici (o forse anche di piu', visto il legittimo dubbio che noi, Vecchio Continente, nutriamo per i vertici di una qualsiasi piramide) sono quelle della Francia, che nella propria stessa storia riconosce il diritto dei popoli di ribellarsi ai propri governanti. Salvo, piu' volte nel passato, confondere un movimento popolare con l'azione armata di pochi, priva di consenso (e di legittimazione, quindi) piu' o meno quanto quella di Gheddafi.
  • La ragione che, negli scorsi decenni, ha spinto parte del mondo occidentale a fare affari con l'ennesimo dittatore, sempre con la vana speranza che sia l'ultimo, sta soprattutto nelle materie prime della Libia, necessarie ad una qualunque economia avanzata. La necessita' e' una molla potente e non va sottovalutata. A tutto questo si va ad aggiungere, ora, una emergenza profughi piu' pressante che nel passato: una emorragia di persone che non riusciamo piu' a sostenere (come se ci fossimo riusciti tanto bene finora).
  • Infine, bisogna considerare la natura della macchina bellica degli Stati Uniti, costantemente impegnata a livello globale, in un modo o nell'altro. L'indotto economico da essa creato e sfruttato non e' cosa che si possa pensare di spegnere all'improvviso (chi l'ha voluto, John F. Kennedy, non ha avuto vita sufficiente per realizzare i propri propositi; molti credono sia stato ucciso proprio per quello che voleva).

Nei fatti, la situazione corrente e' questa; non e' particolarmente semplice indovinare che cosa succedera'. L'ideale sarebbe che Gheddafi lasciasse il potere e cedesse il passo ad un regime democratico (obiettivo che l'Iraq stesso, "liberato" da Saddam Hussein, persegue con gran fatica). Purtroppo, di tante opzioni, la migliore sembra anche la meno probabile. La piu' probabile, per i motivi espressi sopra, e' che piu' soggetti assieme cancelleranno la Libia "di Gheddafi"; salvo poi litigare per spartirsene le spoglie. E' gia' stato sangue, probabilmente lo sara' ancora. Ancora una volta, che peccato.


Aggiornamento: L'ottimismo gioca brutti scherzi. Gli alleati hanno cominciato a litigare prima ancora di assicurarsi di aver vinto. Forse l'assenza di Berlusconi alla Camera mentre veniva votata la partecipazione alle operazioni militari e' solo una misura di sicurezza. Per continuare ad assicurarci le forniture di petrolio e gas, nel caso Gheddafi riesca a riprendersi la Libia, dopotutto, ci vuole un interlocutore che il "colonnello" possa ancora riconoscere come suo amico. Non sarebbe poi tanto strano: e' tipico della politica (e di parecchie altre materie) percorrere una strada e la sua opposta, per uscirne vincenti ad ogni costo.



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