Capitolo 2
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L'Ingegner Neri e' una faccia tutta particolare montata su un corpo magro come un attaccapanni, con due spalle cosi' ma senza niente intorno. Ha la faccia larga, con gli zigomi sporgenti, quasi a sottolineare il sorriso sornione che spesso regala a chi gli sta intorno. Ha la pelle abbronzata di uno che da ragazzo si e' pagato una buona fetta degli studi andando a cimare nei campi e fitti capelli ondulati sale-e-pepe pettinati all'indietro. I suoi occhi sono due fessure che spesso non si vedono affatto, dietro un paio di fondi di bicchiere quasi quadrati che mandano riflessi dappertutto. A Walter Molino forse piacerebbe fargli il ritratto, e' senz'altro un tipo. Sul lavoro e' piu' quadrato dei suoi occhiali, e' uno che le cose o le fa bene o punta i piedi, pur di non farle male. Piace a tutti, eccetto ai lazzaroni, lavorare insieme a lui. Risponde direttamente al direttore dello stabilimento. E io a lui, che mi ha fatto assumere. Detesto portargli cattive notizie ma qui si e' rotto un altro rele', e' il terzo e i ricambi ancora non sono ancora arrivati. Lo trovo al telefono, faccio per andar via ma mi fa segno di avvicinarmi. Non so cosa aspettarmi, a volte i suoi cinque minuti al telefono sono lunghi come i famosi cinque minuti di attesa dal barbiere. Mi siedo e guardo altrove, il calendario e' quello di un carrozziere che ha il capannone poco piu' in la'. Come sempre, parla rapidamente. C'e' una tazza di caffe' appoggiata su un apparecchio alle sue spalle, il quadro di controllo principale degli impianti: proprio il genere di cose che non gli piace vedere. Faccio per alzarmi, ma sorridendo mi fa segno di star li'. A fianco del pannello, una montagnola di libri e carte sparse, con dei cavetti elettrici infilati nel mezzo, a mo' di segnalibro. Piu' in la', uno degli acquisti per i quali ha rifiutato un aumento di stipendio, un calcolatore Olivetti D 710. La spina e' rigorosamente staccata, viene collegata solo quando e' in uso; la bestia nera, con le sue dimensioni compatte e la tastiera sporgente, fa sempre la sua brava impressione. Ovviamente non posso fare a meno di sentire, complice la voce squillante e il fatto che siamo a meno di tre metri l'uno dall'altro.
-Si', dimmi.
-...
-Guarda, fidati: l'elettromeccanico si fara' ancora per molto tempo, non dico di no. Ci saranno molti ricambi di quel genere che balleranno ancora. Pero' se vuoi aumentare l'affidabilita' non hai scelta: passa a un microprocessore. Del resto, l'affidabilita' non e' il vostro marchio di fabbrica? Ecco, allora ti conviene stare all'avanguardia e ridurre il numero delle parti in movimento. Quelli del controllo qualita' ci andranno a nozze, te lo dico io.
-...
-Eh si', perche' il controllo dell'assemblaggio cosi' e' piu' facile. Se ti gira, poi, ti progetti il tuo pannello di controllo apposito, ne costruisci cinque o sei, colleghi e scolleghi: il test ti diventa premere un bottone. Se lo costruisci in un certo modo, il pannello ti dice cosa sta andando storto. Ormai lo fanno anche con la mia macchina.

L'Ingegnere sa quello che dice: ha una 127, una delle primissime, gia' sfiancata da frequenti viaggi in montagna e ai laghi con la moglie. Corre voce che stia risparmiando per cambiarla. Sicuramente e' stato dal meccanico di recente: non piu' di due mesi fa, una mattina, e' arrivato in ritardo maledicendo ad alta voce la bachelite, materiale a suo dire troppo fragile da mettere in un motore d'automobile.

-No, non e' difficile: tutto l'opposto. Hai il controllo completo, anzi. Vuoi venderle in Scandinavia? Bene, allora puoi impostare un ciclo apposta. Diciamo che hai otto programmi a disposizione: ne fai uno o due specifici per loro e sei comodo come un re.
-...
-Be', per quello posso darti un nome e un numero di telefono: l'ultima volta che sono stato ad una mostra di settore ho visto quel che c'e' e mi sono fatto dire tutto. Non azzardo previsioni sicure ma secondo me, sul quantitativo che fai tu, te li danno gia' programmati. Si', si', ora non ce l'ho qui ma lo trovo, al massimo domani. Vedrai, e' tutto un altro mondo. Stiamo per farlo anche noi. No, non cambiamo solo l'azionamento, cambiamo tutto. Si', anche i rele': c'e' qui davanti uno dei miei, con un rele' rotto in mano. Non ne puo' piu', sicuramente, e ha anche ragione. Anzi, l'ho gia' fatto aspettare troppo: senti, ti richiamo domattina, va bene? Si', anche alla tua signora, ciao.

Mi guarda, alzo a livello della spalla la mano che regge il rele'. Lui guarda l'affare e sorride. E' proprio lui a dirmelo.

-Siamo senza rele'.
-Ho paura di si'.
-Che ore sono, le cinque? Allora facciamo cosi'...

Si volta e vede la tazza di caffe' sulla consolle di comando. Spegne uno degli impianti, e' l'ora. Da' una seconda occhiata alla tazza, chiama ad alta voce Adriana, una delle ragazze dell'amministrazione. La mora compare sulla porta, elegante come Audrey Hepburn, un lieve rossore sulle guance. Lui continua a sorridere, ma la sua voce trasmette una calma innaturale.

-Senti, per me non e' un problema se quando non ci sono vi fate un caffe' qui dentro. Basta che non appoggiate niente li' sopra perche', se capita un corto-circuito, il guaio poi lo passiamo in tanti. Sono sicuro che ha lasciato tutto li' il ragazzo del bar. Dalla prossima volta fategli appoggiare tutto li', mi raccomando.

Aveva appena indicato un tavolinetto alle mie spalle. Adriana fa per avvicinarsi per raccogliere il vassoio, ma lui alza una mano, sempre sorridendo.

-Ah, no! Vi siete fatte il vostro caffe', adesso noi due andiamo a farci il nostro. E il vassoio lo riporto io, in modo che anche il ragazzo del bar lo sappia.

Il bar e' quello dove spesso trovo Gigi e gli altri, ma non oggi: di solito ci vediamo al Venerdi' e in ora piu' tarda. Sta dall'altra parte della strada rispetto allo stabilimento, lungo la statale, e serve spesso panini e toast ai camionisti affamati.
L'insegna dice semplicemente BAR e infatti e' un posto come tanti, con il manifesto dei gelati attaccato alla porta, che ogni anno cambia e si scolorisce al sole, le tende a strisce bianche e verdi larghe una spanna, la carta da parati finto legno alle pareti. Dentro ci sono un telefono col contascatti e un grosso televisore in un angolo per guardarsi gli incontri di pugliato, il padrone racconta di averci visto lo sbarco sulla Luna circa una settimana dopo aver aperto il bar.
L'anno scorso ci si fermo' una comitiva di tedeschi che apri' il rubinetto del Lambrusco pensando di poterlo chiudere prima di vederci doppio. Ancora me li figuro, urlare "JA! Vino italiano, acqua minerale!" Finirono portati di peso nella loro roulotte, dove ronfarono sonoramente fino al mattino dopo. C'e' chi giura di averli sentiti mugugnare di dolore, mentre partivano, all'apertura del bar. Il barista e' un tipo un po' avanti negli anni, sempre molto serio: e' la miglior approssimazione del maggiordomo Jeeves dei romanzi di Wodehouse. Quasi impassibile, ha tre veri amori: la propria moglie (una racchiona simpaticissima), il proprio lavoro e il La Spezia Calcio, squadra della sua citta' natale, che lascio' da giovane. A ogni campionato sostituisce un poster con la formazione al completo, che tiene appeso vicino al bancone, in una posizione che gli permette di rimirarselo quanto gli pare.

Entriamo, ma fa troppo caldo per il caffe' che ci eravamo ripromessi. Lui prende una cedrata (e non una qualsiasi, la famosa Tassoni) io un Crodino; ed e' davanti ai due bicchieri che mi spiega il piano. Non gli basta tenere in funzione gli impianti, e' un tecnico scrupoloso e vuole migliorarli, questo lo sapevo gia'. Sabato, con tutto fermo, vuole sostituire il primo degli azionamenti con un suo progetto, abbiamo qualche giorno e faremo sicuramente a tempo. Mi dice dei triac, componenti che conoscevo giusto di nome perche' il professor Ginchelli dell'ITIS ne aveva fatto cenni in una stanca lezione dell'ultimo anno. Come diceva al collega, che poi ho scoperto lavorare nella fabbrica fuori citta', dove si costruiscono lavatrici, vuole eliminare le parti in movimento, anche da noi, per aumentare l'affidabilita'. Quel rele' per adesso non puo' essere sostituito, mi chiede se posso improvvisare un nuovo avvolgimento, tanto per tenerlo in funzione fino a Sabato. Si puo' fare. Dice che le novita' sono appena cominciate. Da' una voce al padrone, consiglia di non far mai appoggiare un vassoio su apparecchi elettrici di nessun tipo: il padrone conferma che da tempo stava cercando un ragazzo meno sbadato, forse una ragazza perche' spesso sono piu' attente.
Usciamo, ed e' giusto prima di attraversare la strada che la vedo ripassare, la bionda sulla berlina nera. Si allontana dalla citta', rapidamente come l'avevo vista la prima volta, ma stavolta riesco ad osservarla un po' meglio. Porta i capelli corti, una specie di giacca sopra una camicetta bianca, occhiali scuri, poco o niente trucco. Il Neri si e' accorto che ci ho lasciato sopra gli occhi, mi sveglia con una domanda.

-Una persona che conosci?
-Credo di no, ma forse non mi dispiacerebbe.
-Potrebbe essere difficile: non hai notato che macchina e'?
-E' una 124, no?
-Non mi sembra.

Come sarebbe? Eppure lo sanno anche i gatti, che il Neri dietro quei fondi di bicchiere ci vede come un falco. Evito di commentare, tiriamo dritto entrambi. Una stretta di mano, un saluto, i tradizionali omaggi alla signora. Ero appena salito sulla 131 quando, giusto prima di infilare la chiave d'accensione, capii: fu come un lampo improvviso. Tutto quadrava: la targa, il fatto che la macchina sembrava appena uscita dalla fabbrica nonostante fosse un modello fuori produzione. Infatti altrove non lo e', come scoprii da un numero di Quattroruote che avevo ancora a casa dei miei, dove tornai per la cena mensile con la mamma. Devo evitare di sottovalutare il Neri, non lo sapevo appassionato d'automobili e riconoscere una Vaz 2101 in corsa e' di certo abilita' non comune.

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