Omaggio a molti, nello stile di Dino Buzzati
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UNA PERSONA ALL'ANTICA

Avevo appena parcheggiato la berlina bianca presa a nolo proprio a lato della strada, domandandomi ancora se fosse sicuro lasciarla cosi' in vista, ma il viaggio era stato lungo ed ero stanco di guidare. Oltretutto, cominciava a fare un freddo che sarebbe stato insopportabile senza il pesante soprabito scuro. L'ispezione ad una costruzione danneggiata dalle scosse di terremoto dei giorni scorsi, durante il pomeriggio, aveva preso molto tempo e ritardato la partenza verso una destinazione che pochissimi conoscevano. Purtroppo, piu' che dall'ispezione in quanto tale, il tempo era stato impiegato a convincere il padrone dell'officina e l'assicuratore che non c'era modo di far tornare quella di prima una struttura cosi' lesionata. Sarebbe stato molto piu' rapido, facile e sicuro ricostruire da zero; possibilmente apportando modifiche al progetto originale per evitare che lo scempio si ripetesse. Questo aveva fatto ingrigire di colpo un sacco di capelli all'assicuratore, vistosi costretto a liquidare un danno considerevole alla Lavorazioni Meccaniche Efestus, di Gerhardt Bruckner e figlio. Non era rimasto altro, da fare, che correre a casa a darsi una veloce rinfrescata, mettere in rimessa la macchina e prelevare l'altra, parcheggiata un isolato piu' in la'. Vivevo da solo da pochissimo tempo, ma bastava gia' per potersi muovere per l'appartamento senza nemmeno accendere le luci.

Ben altro aspetto, rispetto al disastro visto nel pomeriggio, aveva la costruzione che stavo costeggiando a piedi, alla ricerca di un'entrata: roba massiccia e solida, come non se ne costruiva piu' da un bel pezzo. Facile che venisse giu' la montagna tre chilometri piu' in la', prima che quella casa. A prima vista, non prometteva niente di niente: era una enorme casa contadina, come tante altre se ne vedono anche nella valle, alcune abbandonate proprio come questa. Le possenti mura di mattoni rossi sembravano non aver visto una mano di intonaco in cent'anni, le finestre erano tutte sbarrate dall'interno con assi di legno mezzo marcio. Intrusi, ormai apparentemente inevitabili perfino in zone tranquille come le nostre, non erano entrati soltanto grazie a pesantissime inferriate arrugginite, una delle quali era stata tagliata, ma soltanto alla base: chi aveva cominciato, evidentemente, non aveva potuto completare l'opera.

Il traffico della statale scappava in fretta e furia alle mie spalle mentre mi avventuravo davanti al pesante portone quadrato, in legno, prossimo all'angolo della strada. L'aspetto non era diverso dal legno con cui erano state chiuse le finestre sotto le quali avevo parcheggiato, salvo per un dettaglio quasi invisibile: il portone recava tracce di pittura, scrostata ormai da decenni. Allontanandomi per quanto fosse possibile senza essere investito, riconobbi i resti di uno stemma giallo e rosso, che da ragazzo avevo imparato a conoscere assieme a tanti altri simboli. Per non fare la fine di quello che aveva tentato di recidere l'inferriata, mi accesi una sigaretta attendendo un momento di calma. Poi la gettai ancora accesa per terra ed entrai, spingendo: il portone era pesante, ma aperto.

Fu necessario stringere il bavero del soprabito per evitare di far finire nel colletto la pioggia di polvere, ragnatele e piccole schegge di legno che mi aveva accolto all'interno. Stavo ancora scrollandomi la polvere dalla testa quando sentii il portone chiudersi alle mie spalle con la sola forza del proprio peso. Tanto valeva guardare avanti. Come altre case gia' viste, anche questa aveva un cortile interno. L'erba era pero' curatissima, come se fosse artificiale o come se qualcuno l'avesse appena tagliata. Il primo piano era stato costruito per proteggere dalle intemperie chiunque volesse proseguire in avanti, fino ad un vano oscuro che doveva celare qualche genere di entrata. Sulla sinistra il giardino si allargava in una zona completamente scoperta, al centro della quale un pozzo quadrato, grande quasi come una piscina, sembrava essere stato costruito per raccogliere la pioggia in qualche vano sotterraneo. Fui sorpreso da un tale accorgimento, ma non quanto lo sarei stato subito dopo. Quella che ad una prima occhiata sarebbe sembrata una statua, sdraiata su un fianco, lungo un lato del pozzo, si mise a parlare.

-Chi sei?

Lo sguardo dello gnomo, grassoccio e barbuto, ostentava sicurezza; e la sicurezza di un potenziale avversario significava un rischio. Feci del mio meglio per evitare di infastidirlo.

-Salute a te...
-La salute e' mia prerogativa. Chi sei? Che cosa sei?

Di colpo si senti' un rumore profondo. Dal pozzo balzo' fuori un grosso animale dall'aspetto di un cinghiale, ma con zanne mai viste. Anche lo gnomo, che era balzato a sedere, sembrava preoccupato. Fu questione di riflessi aprire il soprabito e sguainare la spada agganciata alla cintura, fino a quel momento mascherata tenendola aderente alla gamba. Per un attimo la bestia parve spaventata dal bagliore della luce sulla lama, ma si lancio' immediatamente all'attacco, ricavandone in pochi secondi due brutte ferite e rintanandosi brontolando nel pozzo con la stessa rapidita' con cui ne era uscita. Rimasi a guardare la lama, pensando che da molto tempo non assaggiava il sangue di una preda. La lama sembrava ripulirsi da se, assorbendo spontaneamente quel liquido. Gli insegnamenti ricevuti, comunque, avevano avuto il loro effetto. "Se non stai cacciando per mangiare, ferisci la bestia solo quanto basta da farla scappar via. Non portare via al mondo una vita che non ti serve." Ed era quello che avevo fatto.

-Non sarebbe stato necessario -disse lo gnomo.- Avrei potuto provvedere con le mie arti; ero preoccupato per te, non per me. Pero' ho assistito con piacere al tuo duello. Sei sicuramente un cacciatore, o un cavaliere, o entrambi.

Per quanto soddisfatto stavo ancora ripendendo fiato e non potevo rispondere. Fu lo gnomo a proseguire.

-Entrambi, sicuramente. Riconosco sul tuo abito l'emblema di una famiglia che ricordo volentieri: i signori di V.

Era quello, effettivamente, il mio cognome. Il pesante maglione con il simbolo del falco d'oro e della spada d'argento in campo blu era un vezzo di famiglia, sferruzzato da mia madre poco prima di sposarsi. Era stato portato con orgoglio per anni da mio padre, che un giorno mi aveva chiesto di tenerlo. Mi era sempre piaciuto e da allora lo mettevo come portafortuna, o nelle occasioni speciali. Il vecchio libro di araldica, cimelio di famiglia, riportava quello e altri simboli, compreso quello dei tre pesci e del giglio, in campo rispettivamente rosso e giallo. Cioe', lo stesso simbolo ancora parzialmente visibile sul portone in cui ero entrato.

-Il signore di S. ti da' il benvenuto. Lui non e' qui ora, non so nemmeno se verra'. Dice che non e' importante che lui ci sia, ma che ci sia una bella compagnia a ravvivare le sue sale, come ai tempi di suo padre, e di suo padre prima di lui. E' un'occasione speciale: non vorrai fare aspettare gli altri. Vai, dunque. Io preferisco rimanere qui.

La sala era oscura, illuminata solo da poche e fioche candele, mentre i presenti non sembravano prestare attenzione al nuovo arrivato. Tutti parevano aver qualcosa da fare ed essere contenti di trovarsi li'. Chi si occupava di spostare oggetti, chi di chiacchierare in crocchi di due o tre persone. Se di persone si poteva parlare, perche' molti di coloro che si trovavano in quel luogo non parevano avere niente di umano. Uno di quelli intenti a parlare, peraltro con una gradevole voce baritonale, sembrava un lontano cugino della belva che mi aveva appena sfidato. Un altro, pallido come un fantasma, era il ritratto perfetto dei vampiri tanto spesso immortalati nei film. Una giovane dall'aspetto spettrale si congedo', con gli occhi che scintillavano, da un vecchio che sembrava sul punto di raccontare quant'era alta l'acqua quando ci fu il Diluvio Universale, e mi corse incontro.

-Salve, straniero.
-Salve a te.
-Chi sei? Non conosco lo stemma che indossi.
-Mi chiamo Giacomo V.
-E' bello conoscerti. Forse non lo sai, ma porti un nome molto famoso tra noi. Io sono Beatrice T., ma chiamami pure Bea. Prima volta qui?
-Si'. Mi manda mio padre. Ha detto di essere troppo vecchio per queste cose, ma non mi ha voluto spiegare niente: mi ha solo chiesto di fidarmi e di andare. E' stato molto strano.
-Per me e' quasi lo stesso; sono stata mandata da mia madre. Non sapevo proprio che fossimo cosi' tanti. Non avevo nemmeno capito chi fossi davvero prima di venire qui. Mi ero sempre abituata male. E' brutto stare senza amici, vivere al minimo, quasi nascondendosi. Ma qui e' diverso. Qui siamo tutti amici, qui siamo tra noi.
-Di che si tratta?
-Di stare assieme, di ricordare chi siamo, di festeggiare cio' che siamo. Tra poco si cena: uno come te dovrebbe apprezzare molto il menu. I piu' abili tra noi stanno preparando da stamattina un assortimento coi fiocchi: lepre, patate al sugo di cervo, uova di quaglia...

Effettivamente non vedevo l'ora di mettere sotto i denti qualcosa.

-Beatrice, non mi presenti al tuo giovane amico? -Il vecchio, che parlava con una voce insolitamente forte per il suo aspetto, si era avvicinato sorridendo.
-Oh si', scusami. Questo e' Giacomo dei V. Giacomo, questo e' Pietro D.
-Piacere, signor D.
-Chiamami pure Pietro e dammi del tu. Quando uno ha la mia eta' si sente un po' il nonno di tutti quanti. Tu sei un Cavaliere. E anche un Cacciatore.
-Lo vedi dallo stemma del casato? -chiese Beatrice
-Veramente lo so e basta.
-Ah, capisco. Sai, Giacomo: Pietro e' un Mago.
-Beh, non sono potente come Achille qui fuori, ma so fare abbastanza da divertire i miei nipoti, quando me li portano. Intendiamoci, qui sono un Mago. Di fuori invece -fece cenno col capo all'entrata- esercito come medico. Questione balorda che abbia dovuto prendere la laurea per questo, con l'eta' che mi ritrovo; ma e' stato lo stesso un piacevolissimo scambio culturale. Mi spiace solo che ce ne siano pochi come me in servizio, certe volte serve tirar fuori il meglio di entrambe le professioni, per far bene. Per azzeccare una diagnosi, ad esempio.
-Allora, visto che il nostro Giacomo e' cosi' timido, dimmi tu qualcosa su di lui.
-Ah, non se lui non vuole. Posso dirti, pero', che un po' di vino gli darebbe una mano a sciogliersi.
-Ce n'e' di eccellente nella cantina di sotto, me l'hanno detto quando sono arrivata stamattina. Torno subito! -e spari' in una nuvola di fumo.
-Si', e' una strega -fece Pietro.- O maga, o fata, secondo le opinioni di chi ne parla. Sono abbastanza suscettibili sui termini, ti consiglio di lasciare che sia lei a dirti come preferisce essere definita. Ora, se permetti, ho una discussione in sospeso sulla longevita' con quel pallido gentiluomo laggiu'. Ti lascio, comunque, in una compagnia migliore della mia.

La luce delle candele sembrava un po' piu' forte mentre, con un vassoio in mano, Bea emergeva da una delle numerose porte aperte, cioe' da una scala che doveva portare alle cantine. Il bicchiere conteneva quello che perfino agli occhi di un profano sarebbe sembrato un ottimo Bordeaux. Le bandiere appese alle pareti creavano un effetto formidabile.

-Non mi sono fidata a riapparire al tuo fianco.
-Pero' non ti sei fatta scrupoli a sparire.
-Non rischiavo di far cadere un bicchiere di questo stupendo nettare. Fosse solo per il vino, ma non ho ancora imparato a riparare i bicchieri rotti. Dopotutto, tutta questa roba non e' mia ma del nostro ospite e di chi lo ha aiutato a organizzare questo evento. Tieni: tra non molto si mangia, ma questo dovrebbe stimolare l'appetito. E la conversazione, spero.
-Ti ringrazio.
-Butta giu, ne hai bisogno. Non sei l'unico ad aver fatto un lungo viaggio.

E cosi' bevvi. Dovetti ammettere che scaldava l'anima oltre che il corpo. Nel frattempo, una donna completamente calva, vestita di una tunica chiara, entro' ad annunciare, con un immenso sorriso, che ci si poteva accomodare. Al che tutti ci spostammo in una stanza attigua: un ambiente enorme, che doveva occupare gran parte del piano terra.

-Mi credi? -diceva Pietro al vampiro che camminava alla sua destra- L'ultima volta che vidi questo posto, erano le scuderie della tenuta. Ma sono state riadattate ottimamente: il giovane signore di S. sembra sapere quello che fa. A modo suo, rispetta le tradizioni. Guarda: anche qui gli stendardi piu' famosi, e soprattutto i simboli magici. Per esempio, quella stella la' in fondo, ai miei tempi, significava...

Sembrava una cena perfettamente normale, salvo che i piatti da portata levitavano e che le posate sopra di essi affettavano con tagli secchi ed una forza che avrebbe tagliato in due anche un bue vivo, servivano, versavano secondo il volere dei commensali. La lepre era, effettivamente, buonissima. E la conversazione con Beatrice si faceva sempre piu' stimolante.

-Ingegnere civile? Non l'avrei mai detto, ma e' comunque vero che molti di noi non manifestano volentieri le proprie... origini. Io lavoro per lo piu' come indossatrice, ma so anche cucire. Questo l'ho fatto io -fece mostrando l'abito che portava.- Secondo la mamma e' un po' troppo audace per la mia eta', ma solo perche' si ostina a non considerare nemmeno quel che portano le mie coetanee. Oggi girano tutte con l'ombelico di fuori e il girovita al limite delle natiche, anche in pieno inverno.
-Hai ragione. Inoltre non e' audace: e' elegante, invece.

Forse elegante era dire troppo poco. Era successo tutto cosi' in fretta che solo da qualche momento riuscivo ad accorgermi dell'aspetto della stupenda giovane che sedeva alla mia sinistra. La pelle diafana contrastava in modo piacevole con un vestito viola molto tradizionale, in cui il tessuto era stato cucito in modo che i vari tagli, orientati in modo differente, accompagnassero le forme del corpo descrivendo segmenti lunghi e divergenti. Gli occhi azzurri brillavano come pietre rare ed i capelli castani sembravano espandersi come fiamme nella luce delle candele. La donna che aveva annunciato l'inizio della cena non aveva mai smesso di sorridere. Sedeva dirimpetto a noi, parlando sottovoce ad una specie di licantropo alla sua destra, che annuiva. Agli altri tavoli sedevano, come in anticamera, esseri di ogni specie. Un ragazzino con gli occhi rossi ed i capelli grigi si divertiva a fare il giocoliere, facendo volteggiare quattro coppe di bronzo in un cerchio perfetto tenendo le mani dietro la schiena. Un uomo di grossa taglia con un gran paio di baffi neri, ad un certo punto, si alzo' in piedi ed intono', con voce bassa ma ferma, un inno medievale che parlava di patria e di spade che cozzavano, e descriveva le scintille il fuoco della battaglia. Quando ebbe finito, ci furono sommessi applausi in tutta la stanza. Evidentemente nessuno teneva a che da fuori si sentisse quel che si faceva, ma tutti apprezzavano.

-Quello che ha appena cantato e' il cavaliere di J -disse Pietro.- Non e' un casato nobile come il tuo, lo so; ma ricorda che qui tutti possono cantare gli inni della propria famiglia: qui tutti hanno dignita'. Anche se molto giovani. Anche tu.

Mi ricordai di una canzone che mio padre cantava quando avevo sette anni: Lo scudo del falco. Era un'aria molto antica, nella quale si parlava di una donna da difendere, di coraggio e di molto altro. Da li' a mettersi a cantare, complice il vino e la compagnia di una bellissima ragazza, il passo fu breve.

...lo scudo del falco non teme la guerra,
lo scudo del falco non teme la morte.
La bella protegge, protegge per sempre,
protegge per sempre la stirpe e l'onor!

L'intera tavolata si alzo' in piedi, i calici levati, compreso l'angelo dall'aspetto etereo che sedeva a sinistra di Bea e il demonio che gli sedeva dirimpetto. Altrettanto fu l'apprezzamento per altri che cantarono gli inni della propria famiglia. La festa, perche' era davvero una festa favolosa, si protrasse per oltre due ore e mezza di canti, di portate succulente, di acqua e di vino. Giusto alla fine arrivo' a salutarci il signore di S. in persona, che proprio non avrei mai immaginato essere un vecchio amico che conoscevo con un cognome piuttosto diverso -aveva comunque mantenuto l'iniziale- e che non vedevo da quando, anni prima, aveva preso in mano le redini dell'attivita' paterna. Rimase giusto il tempo necessario ad assicurarsi che ci stessimo divertendo. Aveva rifilato alla moglie una piccola bugia, dicendole che desiderava controllare, prima di andare a dormire, lo stato di un capannone. La figlia maggiore, ci prometteva, era una bellissima bionda che, complice la sua guida, presto avrebbe potuto sfidare la dea Diana per impeto e precisione. La minore, invece, era mora e dimostrava una calma, una purezza di spirito ed una chiarezza di pensiero che l'avrebbero fatta competere, prima o poi, con Atena. Ci complimentammo per la gloriosa continuazione della sua stirpe e non lo lasciammo andare prima che avesse bevuto assieme a noi.

La nottata trascorse in mezzo alle candele, senza sonno ma in un torpore tonificante, tra conversazioni sommesse su gesta eroiche, arti magiche, scienze terrene e occulte. Due artisti, figli e nipoti di maestri delle arti piu' importanti, composero sul posto un paio di canzoni che avrebbero ricordato questo incontro fino a che uno di noi fosse in vita. I piu' giovani impararono subito queste canzoni. Il cavaliere di J venne a bere un ultimo bicchiere insieme a me, annunciandomi che la prossima stagione sarebbe stato sostituito da suo figlio, circa della mia eta', gia' abile pilota di veicoli veloci. Disse che assieme avremmo formato una squadra invincibile. Il signore di B, presentatosi poco dopo, aveva un'eta' a meta' tra la mia e quella di mio padre. Disse che la prossima stagione l'incontro sarebbe avvenuto altrove, mi lascio' indicazioni del luogo e disse che ci sarebbe stata anche una battuta di caccia: voleva gareggiare su chi avrebbe preso le prede migliori. Mi ripromisi, con una punta di privata superbia, di non dargliela vinta tanto facilmente. Quanto a Pietro D., si limito' a dire che se avessi mai avuto qualche malanno l'avrei potuto chiamare ad alta voce, ovunque mi trovassi. Bea rimase presente ogni momento, fino al mattino. Guardavamo tutti fuori delle assi di tanto in tanto, aspettando un momento di assoluto silenzio per uscire, da soli o in gruppi poco numerosi. Fu con estremo rammarico che ad un certo punto baciai la mano di Bea, secondo le usanze dei nostri padri, per allontanarmi anch'io. In tutto quel tempo avevamo parlato molto, ma non mi aveva mai detto come preferiva essere chiamata: se strega, fata, fattucchiera, maga o che altro. Ma non mi importava. Era speciale, piu' per me che per il fatto di appartenere anche lei a quella strana comitiva di cui non avrei mai immaginato di far parte. Achille, solo lui sa come, se n'era gia' andato. Della bestia nel pozzo, nemmeno l'odore.

Fu facilissimo rimettere la spada paterna dove era rimasta per tutto il viaggio d'andata: a fianco del sedile, alla base della porta sinistra della vettura. Riaccendendo il cellulare, subito l'indicazione di una chiamata persa. E subito dopo uno squillo: era la mamma e protestava piu' del solito. La sera prima non le avevo telefonato per farle sapere come andava la vita da single.

-Tutto suo padre! Perdersi in bagordi, anziche' pensare a mettere la testa a posto! E io che mi sono preoccupata cosi' tanto! Dimmi, quand'e' che troverai una bella figliola e metterai su famiglia?
-Non posso saperlo. Pero' stavolta ho conosciuto una ragazza molto speciale. Probabilmente finiremo per frequentarci.
-Chi e'? E' una che conosco?
-Non so nemmeno questo.
-E' una brava ragazza?
-E' una persona all'antica.

Che altro potevo dirle?


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